Sri Lanka, un disastro annunciato
24 Mag 2022
di Francesca Marino*
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L’analisi – Il Paese del sud-est asiatico, scosso dalle proteste, è sull’orlo del baratro anche a causa dell’imperialismo cinese

«La crisi è destinata a peggiorare prima che si vedano dei miglioramenti». Così il premier dello Sri Lanka Ranil Wickremesinghe, eletto in fretta e furia nel bel mezzo del peggior disastro economico che il paese abbia mai registrato, commentava alla «BBC» la situazione corrente. Le proteste nel paese, anche violente, vanno avanti ormai da tempo. Proteste contro il presidente Gotabaya Rajapaksa e la sua famiglia – che da anni occupa i posti chiave della politica e dell’economia dello Sri Lanka – colpevoli, secondo la popolazione, di avere condotto il paese alla bancarotta. In senso letterale e non in senso figurato. Manca letteralmente il cibo, e non da qualche giorno. Manca il carburante, destinato a esaurirsi completamente nel giro di qualche ora. Mancano le medicine e quelle che ci sono sono diventate talmente care da non potere essere acquistate dalla maggior parte della popolazione. I prezzi degli alimenti base si sono triplicati e manca anche il gas per cucinare. I dimostranti chiedono le dimissioni immediate di Rajapaksa, ma è piuttosto improbabile che il corrotto e detestato esponente di una delle dinastie politiche più longeve del paese abbandoni il suo posto. Per evitare le proteste ha dichiarato lo stato di emergenza e scaricato al neo-premier Wickremesinghe la patata bollente.

Il problema, ridotto all’osso, è che lo Sri Lanka dipende quasi completamente dalle importazioni estere per quanto riguarda il fabbisogno di generi alimentari, carburante e che, al momento, non dispone più di riserve di moneta estera per pagare le importazioni suddette. Rajapaksa, per spiegare il disastro, se la prende con la pandemia che ha bloccato per due anni i viaggi azzerando virtualmente una delle principali voci attive della bilancia commerciale di Colombo: il turismo. Vero, ma non completamente. Perché nel caso dello Sri Lanka si tratta, e da qualche anno ormai, di un disastro annunciato. Tutto comincia, più o meno, con l’ambizioso progetto di costruzione, anni fa, del porto di Hambantota (nel meridione del paese), parte dell’ancora più ambizioso progetto cinese di sviluppo e connettività denominato «Belt and Road Initiative» (BRI) o «Nuova via della seta».

Il caso di Hambantota è ormai diventato tra gli esperti un caso da manuale per spiegare la «trappola del debito» in cui la Cina spinge i governi tanto incauti da firmare per la BRI. Per finanziare la costruzione di Hambantota il governo dello Sri Lanka ha preso in prestito denaro, a termini più che onerosi, dalle banche cinesi. Trovandosi quasi subito in cattive acque. Visti i ricavi immediati quasi nulli a fronte dell’investimento, si è trovato nell’impossibilità di ripagare il debito. A quel punto, Pechino ha chiesto il porto come garanzia del prestito, costringendo il governo ad affidarne la gestione (e i ricavi) per 99 anni alla China Harbor Engineering Company (CHEC). E si trattava soltanto dell’inizio. CHEC ha difatti «vinto» nel giugno 2021 un nuovo progetto di sviluppo per un’autostrada sopraelevata di 17 km a Colombo. I termini dell’accordo attribuiscono a CHEC la proprietà dell’autostrada, per recuperare il capitale e avere dei profitti riconsegnando alla fine l’autostrada al governo dello Sri Lanka dopo 18 anni. Ma c’è di più: CHEC è difatti una sussidiaria della China Communications Construction Company (CCCC) di proprietà statale. Con la stessa tecnica, la CCCC ha costruito l’aeroporto internazionale di Mattala e sta costruendo la città portuale di Colombo. Si tratta della stessa CCCC che nel 2020 è stata inserita in una lista nera dall’amministrazione Trump per aver costruito illegalmente isole militarmente strategiche nel Mar della Cina meridionale. La CCCC è stata inserita in una lista nera anche in Bangladesh nel 2018, per aver tentato di corrompere un alto funzionario del governo quando la società stava negoziando con Dhaka l’espansione di un’importante autostrada nella capitale.

CHEC e CCCC sono stati protagonisti anche nello Sri Lanka di vari scandali per corruzione e per aver pesantemente interferito nella vita politica del paese: si dice difatti che abbiano finanziato, nel 2015, la campagna elettorale dell’ex presidente Mahinda Rajapaksa, fratello dell’attuale presidente Gotabaya. Che, nel gennaio scorso, in un disperato tentativo di scongiurare la crisi, aveva chiesto al ministro degli esteri cinese Wang Yi in visita nello Sri Lanka la ristrutturazione del piano di restituzione del debito per far fronte al rapido deterioramento della situazione finanziaria. Aveva chiesto condizioni agevolate per il pagamento delle esportazioni cinesi verso lo Sri Lanka, che ammontavano a circa 3,5 miliardi di dollari, e che Pechino consentisse, previo stretto protocollo anti-Covid, il ritorno dei turisti cinesi nel paese. Ovviamente Wang Yi, dopo aver dichiarato in conferenza stampa che la «trappola del debito» è tutta propaganda occidentale e aver promesso una nave carica di riso, è ritornato a casa.

A peggiorare il tutto sono state anche le politiche scriteriate e populistiche di Gotabaya che nel 2019, pur di essere eletto, aveva promesso (e ha effettuato) consistenti tagli alle tasse: una perdita netta stimata, secondo lo stesso governo, di circa 1,4 miliardi di dollari. Non solo. Nel pietoso tentativo di arginare il bisogno di moneta estera per pagare le importazioni (e per ripagare i cinesi), Rajapaksa e il suo governo hanno preso ulteriori misure inutili quando non dannose. Hanno cominciato col bandire l’importazione di tutti i beni non necessari (tra cui le scarpe), col mettere in atto politiche monetarie non degne di questo nome e, soprattutto, col bloccare le importazioni di fertilizzanti chimici. In particolare hanno deciso di sospendere le importazioni di fertilizzanti cinesi trovati, oltre che costosi, decisamente scadenti chiedendo aiuto all’India. Che ha non solo provveduto ai fertilizzanti ma, sempre in gennaio, aveva momentaneamente scongiurato la crisi finanziaria con varie aperture di credito elargendo aiuti finanziari di circa 1,9 milioni di dollari a Colombo. Ma non è bastato.

I 6,5 miliardi di dollari che lo Sri Lanka deve a Pechino pesano come un macigno, e la proposta cinese di aumentare le riserve di moneta estera di Colombo scambiando la rupia dello Sri Lanka contro moneta cinese (la stessa proposta era stata fatta tempo fa dalla Cina al Pakistan) non è stata bene accolta. Il governo di Colombo ha chiesto ulteriore aiuto all’India, alla Banca mondiale e al Fondo monetario internazionale e i cinesi, si dice, non l’hanno presa bene. Intanto il premier Wickremesinghe dichiara che la sua priorità, al momento, è «assicurare tre pasti al giorno» alla popolazione. Che, se il resto del mondo non interviene, rischia di ritrovarsi in un futuro non troppo lontano a dover utilizzare moneta cinese e lavorare, vestire e mangiare al modo di Pechino.

*articolo apparso sul giornale online www.azione.ch il 23 maggio 2022.