Le donne e la destra, un voto paradossale
10 Ott 2022
di Giovanna Russo*
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La campagna elettorale si è da poco conclusa e gli istituti di ricerca hanno analizzato la propensione al voto di diverse categorie socio-demografiche, elaborando i i risultati usciti dalle urne o interpellando gli elettori in momenti successivi. Emergono dati che presentano realtà rimaste in ombra nel responso totale del corpo elettorale. Una di queste riguarda le tendenze espresse dal voto delle donne.

Secondo l’istituto SWG, in questa tornata elettorale che ha registrato la più bassa affluenza della storia repubblicana (64%) il record di astensione spetta alle donne, con il 41% di mancata partecipazione, una percentuale superiore all’astensionismo degli uomini. Non c’è da sorprendersene, se è vero che l’astensionismo volontario è un comportamento diffuso soprattutto tra le persone che versano in precarie condizioni sociali ed economiche: le donne sono la componente più esposta al rischio di povertà e di esclusione sociale per il più difficile accesso all’occupazione e ai diritti e, nel caso delle lavoratrici, per i salari più bassi ed il faticoso andirivieni di una doppia giornata lavorativa. Da queste condizioni, senza un credibile punto di riferimento politico e di lotta di difesa, non possono che emergere sentimenti di sfiducia nell’utilità del voto.

Qualche interrogativo riguarda, invece, la scelta di votare a destra, perché secondo un’analisi condotta per Ansa sempre da SWG, a sostenere il balzo in avanti di Fratelli d’Italia (dal 4,3% al 26%), è stato proprio il voto femminile, attestandosi al 27%, una percentuale superiore a quella che FdI ha incassato a livello nazionale.  Questo voto ha in parte consolidato un consenso già significativo nelle precedenti elezioni nei confronti dei partiti di destra, un paradosso tutto da spiegare, se si considera che il programma di FdI dovrebbe suonare assai negativamente alle orecchie di chi non ha nulla da guadagnare dal suo nazionalismo reazionario e misogino. La formula “Dio, patria e famiglia”, iscritta al centro di quel programma politico, contiene un’ideologia che vorrebbe conservare e rilanciare la forma gerarchizzata di famiglia tradizionale, in cui le donne sono soprattutto addette ai ruoli subalterni della cura e della riproduzione biologica. 

Senza prendere le distanze dalla scuola di pensiero rappresentata dalla fiamma tricolore del vecchio MSI che campeggia nel simbolo di FdI, Giorgia Meloni ne ha riadattato il linguaggio e gli slogan non più spendibili, ma conserva le sue concezioni di fondo: di qui, tra l’altro, l’idea della preservazione della “razza” e la promessa di difendere l’identità cristiana dell’Italia, contrastando la temuta sostituzione etnica ad opera degli immigrati e stimolando la natalità autoctona. 

Durante la compagna elettorale è stato chiesto più volte a Meloni se la sua ascesa a Palazzo Chigi avrebbe messo in discussione il diritto all’aborto, e la sua risposta (“non voglio abolire la legge, voglio dare alle donne il diritto di non abortire”) non é stata rassicurante, maschera l’intenzione di ostacolare nella realtà il ricorso alla 194, contando su un’obiezione di coscienza che in alcune regioni supera l’80% e utilizzando i movimenti pro-life già molto attivi nel colpevolizzare e scoraggiare le donne. 

Il giorno dopo la chiusura delle urne, nel consiglio regionale della Liguria FdI ha votato contro un odg che chiedeva garanzie di applicazione della Interruzione Volontaria di Gravidanza, mentre la regione Piemonte, a poche ore dalle manifestazioni femministe del 28 settembre in molte piazze italiane, ha discusso una delibera per istituire un fondo di 400 milioni a favore dei movimenti pro-life, per offrire compensi alle donne che rinunciano ad abortire – ecco il sostegno alla “libera scelta di dare la vita” – come se la decisione di abortire, sempre sofferta per le donne, dipendesse solo da ragioni economiche. 

Che cosa, dunque, può spiegare il largo consenso femminile tributato ad una forza retriva e minacciosa? L’istituto Demopolis afferma che le ragioni del successo di FdI vanno per il 68% alla sua leader Meloni. Da alcune parti si è supposto che ha funzionato l’idea che “votare per una donna” avrebbe potuto costituire un guadagno per tutte le altre, un’idea che il senso comune accredita, ma che non ha alcun fondamento nella realtà. Nell’attività politica più del sesso conta la posizione ideologica e la storia politica di una persona. Sono numerosi gli esempi internazionali di capi di stato di sesso femminile che non hanno dato alcuna prova di sensibilità ai problemi delle donne. 

Meloni ha un posizionamento politico molto lontano dai temi espressi dai movimenti femministi. E’ leader di un partito maschilista e misogino che, essendo privo di figure maschili altrettanto forti e comunicative, ha scelto una candidata dal potenziale maggior successo. Certo, la nomina di una donna a primo ministro è una vera novità nella storia di un paese che non é riuscito ad introdurre il suffragio femminile prima del 1945! ma che questo si traduca in un vantaggio per le donne, è tutt’altro discorso. 

D’altra parte la rottura del “tetto di cristallo” – la fine della lunga esclusione delle donne italiane dai luoghi decisionali del potere –  è un tema caro ad alcune correnti del femminismo che non mettono in discussione la collocazione esistenziale della maggior parte delle donne nei ranghi subalterni della società di classe. La trasversalità della ”questione femminile” si traduce in differenti percezioni del proprio interesse politico, a seconda degli ambiti di appartenenza sociale.

Il voto paradossale ha forse anche una motivazione diversa, condivisa da una gran parte di donne e di uomini. Ci dicono ancora le analisi elettorali che il 34,6% di operai e di proletari ha votato Fratelli d’Italia: é venuto meno nelle masse lavoratrici il legame storico con le forze di riferimento politico di un tempo, dopo speranze lungamente disattese di cambiamento sociale. Le forze populiste di destra sono gradualmente diventate il megafono della loro protesta a misura che il Pd, derivato dello storico PCI, diventava il principale artefice delle politiche liberiste e antipopolari che hanno fortemente ridotto i livelli di vita delle classi popolari. C’è una relazione diretta tra il subire le conseguenze della crisi senza difese e il deterioramento delle vecchie forme di rappresentanza, un fenomeno destinato ad influenzare pesantemente la vita politica italiana.

Viene in luce il profondo arretramento dei rapporti di classe, che ha condotto milioni di elettori, uomini e donne, a votare FdI nell’illusione di una svolta radicale. Non c’è dubbio che il prossimo governo Meloni darà continuità alle politiche liberiste dei precedenti governi – di qualunque colore – attaccando ancora le condizioni di vita delle masse, tagliando le spese per la salute e i servizi, colpendo lavoratrici e lavoratori, nello stesso tempo coinvolgendoli nel crescente clima di guerra. 

E’ possibile che questo rimetta in moto un ampio strato di donne e di lavoratori, costituisca un’occasione di ripresa delle lotte e di ricomposizione delle identità sociali.

La nostra capacità politica si misurerà sulla capacità di stimolare e supportare questo processo, in un quadro di intreccio tra lotte sociali e lotte contro le oppressioni e le discriminazioni di genere.

*articolo apparso sul sito www.rosarossaonline.it il 7 ottobre 2022