Italia. Noi non paghiamo! La risposta ecosocialista alla crisi energetica e al carovita
4 Nov 2022
di Marco Parodi*
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Circa 5 milioni di persone non hanno già pagato le bollette e risultano morose. Presto se ne aggiungeranno altre, molte di più, dato il consistente incremento delle bollette prossimo venturo.

L’Arera, l’autorità di regolazione per energia reti e ambiente, ha già annunciato a fine settembre l’adeguamento al rialzo del 59 per cento per la bolletta elettrica del quarto trimestre; la spesa per la luce per la famiglia tipo, in regime di tutela, sarà quindi nel 2022 di circa 1322 euro, rispetto ai 632 euro del 2021, con una crescita di quasi il 110 per cento. La situazione si complica ancora di più sul gas, dove il nuovo metodo di calcolo deciso da Arera, con l’aggiornamento mensile e non più trimestrale delle tariffe, consentirà di conoscere solo a novembre l’entità dei nuovi rincari, che gli analisti prevedono nell’ordine del 70 per cento, con una bolletta media del gas che potrebbe arrivare a sfiorare i 3 mila euro a famiglia, con una crescita del 117 per cento rispetto al 2021. Si tratta di dati approssimativi e comunque incapaci di catturare la variabilità tra le varie tipologie di famiglie, per la quale indagine occorrono altri metodi di stima. Resta, tuttavia, indiscutibile il livello di allarme.

Eppure dovrebbe consolare la caduta di questi giorni della quotazione del gas sul famigerato mercato TTF di Amsterdam. In realtà, l’osservazione scrupolosa noterebbe certamente il calo dei contratti futures sul mese di novembre, che cedono il 14,9% a 96,65 euro al MWh, confermandosi al livello dello scorso 14 giugno, ma non di quelli a scadenze successive. Il principale fattore di riduzione è dato dalle migliori condizioni metereologiche. Questa settimana le temperature nell’Europa continentale saranno tra i 4 e gli 8 gradi Celsius più calde rispetto alla media stagionale, il che implica una minore domanda e la possibilità per gli importatori di continuare a iniettare gas in eccesso negli stoccaggi. L’inizio mite della stagione invernale, insieme all’acquisto di natural gas liquefatto sui mercati spot, ha permesso all’Europa di riempire gli impianti di stoccaggio prima del previsto, allentando la pressione creata dal blocco sulle forniture all’Ue da parte della Russia. Tuttavia, i contratti a più lunga scadenza indicano che i mercati si aspettano che l’attuale debolezza sia di breve durata. I prezzi del TTF per il primo trimestre del prossimo anno sono ancora a 144,64 euro/MWh, mentre quelli per l’intero anno solare 2023 sono a 142,43 euro/MWh. Dunque, è ancora presto per cantare vittoria e cedere al trionfalismo; piuttosto, resta necessario predisporre un programma generale di contrasto al caro bollette e al carovita per le famiglie dei ceti popolari e della classe lavoratrice; soprattutto, occorre riflettere su tutte le porcherie a cui abbiamo assistito in questi mesi.

La crisi energetica è, infatti, lo specchio di tutte le nefandezze che produce la società dominata dalla logica del profitto. Si cerca in tutti i modi, e per l’ennesima volta, di mistificare la realtà, ma sappiamo adesso ancora meglio quali sono le cause di questa crisi: il liberismo, ovvero l’osannato libero mercato nella formazione dei prezzi, che favorisce la speculazione e impone la bolla dei prezzi aldilà degli scambi effettivi di volume e, soprattutto, dei bisogni e delle necessità reali della collettività; il capitalismo, ovvero la ricerca spasmodica di margini di extraprofitto delle multinazionali e grandi imprese del settore energetico, che innesca una spirale prezzi-profitti senza fine; l’imperialismo, che si manifesta non solo nel terrificante scontro bellico in Ucraina, ma anche nell’incapacità di reazione unitaria e solidale all’interno dell’Europa tutta, la quale, al contrario risulta sempre più frammentata, con la laburista Norvegia e la liberale Olanda che addirittura sfruttano l’occasione per lucrare miliardi di nuovi profitti, oppure come l’altrettanto socialdemocratica Germania che preferisce l’isolazionismo, sfruttando i propri ampi margini di manovra di finanza pubblica, nel menefreghismo spudorato verso gli altri stati membri. Per queste ragioni, soltanto una risposta che sia al tempo stesso antiliberista, anticapitalista e antimperialista può rappresentare una vera inversione di rotta, in grado di difendere i ceti popolari e la classe lavoratrice, nonché di coniugare, secondo la bussola dell’ecosocialismo, le lotte per la giustizia sociale con quelle per la giustizia climatica.

Le conclusioni del Consiglio europeo della scorsa settimana sono, al contrario, gli ennesimi auspici perennemente subordinati alla logica del profitto. Aldilà delle consuete inconcludenze, la strategia proposta è deprimente. Si possono sintetizzare quattro punti di intervento: in primo luogo, l’introduzione di un corridoio dinamico, ovvero un prezzo minimo e un prezzo massimo, di riferimento per le transazioni di gas naturale, di natura temporanea e in attesa di un nuovo parametro di riferimento complementare entro l’inizio del 2023 che rifletta in modo più accurato le condizioni del mercato del gas; in secondo luogo, la predisposizione di un quadro temporaneo dell’UE per fissare un tetto al prezzo del gas utilizzato per la produzione di energia elettrica; in terzo luogo, la previsione di acquisti congiunti di gas, su base volontaria e in base alle necessità nazionali, ad eccezione dell’aggregazione della domanda vincolante per un volume equivalente pari al 15 per cento delle esigenze in termini di riempimento; infine, misure volte ad alleviare lo stress di liquidità ed eliminare i fattori che amplificano la volatilità dei prezzi del gas, alla semplificazione delle procedure autorizzative per accelerare la diffusione delle energie rinnovabili, alla generica solidarietà energetica in caso di interruzioni dell’approvvigionamento di gas a livello nazionale.

Il primo punto dovrebbe essere un price cap mascherato, con l’obiettivo, piuttosto bizzarro, di non stuzzicare troppo esplicitamente i paesi fornitori, a partire dalla Russia, ma non solo. Esistono, tuttavia, sette vincoli capestro, previsti dall’articolo 23 dalla proposta di Regolamento del 18 ottobre, di iniziativa della Commissione, fortemente sostenuti dalla Germania, cui si fa riferimento nelle conclusioni del Consiglio europeo, che ne rendono ancora più illusoria la fattibilità concreta. In particolare, non si deve pregiudicare la compravendita di gas fuori borsa; non si deve mettere a repentaglio la sicurezza dell’approvvigionamento di gas dell’Unione; deve dipendere dai progressi compiuti verso il conseguimento dell’obiettivo del risparmio di gas; non deve comportare un aumento complessivo del consumo di gas; non deve impedire i flussi di gas basati sul mercato all’interno dell’Unione; non deve compromettere la stabilità e il regolare funzionamento dei mercati dei derivati energetici; deve tenere conto dei prezzi di mercato del gas nei diversi mercati organizzati in tutta l’Unione. In poche parole, il tetto al prezzo del gas non deve finire con l’essere veramente un tetto ai profitti dei capitalisti. Non sia mai, per carità.

Il problema è che ogni forma di tetto al prezzo, nella produzione di tipo capitalista, finisce inevitabilmente col generare una riduzione delle forniture, un eccesso di domanda e il conseguente razionamento dei consumi. In parole più semplici, il prezzo della merce capitalista è solo ed esclusivamente quello che garantisce il perseguimento dei margini di profitto; imporre un tetto al prezzo implica inevitabilmente una riduzione della disponibilità di offerta e, al tempo stesso, un incremento della domanda potenziale. Imporre che ciò non debba accadere significa renderlo impossibile in modo neanche troppo implicito. Elementare, ma non per tutti. Viceversa, soltanto la proprietà pubblica consente la produzione e la fornitura senza profitti, con prezzi pubblici in grado di compensare il costo medio unitario, coprire le spese necessarie compresi gli investimenti, neutralizzare le perdite addizionali con i guadagni inframarginali, differenziare le tariffe in modo mirato, selettivo e differenziato.

Se poi, addirittura, si invoca la teoria dell’efficienza dei mercati per giustificare la bontà dell’indice di Amsterdam, allora siamo proprio alla schizofrenia. Rimanendo alle ipotesi teoriche che la sostengono, ipotesi forti o deboli che siano, dovremmo osservare assenza di asimmetrie informative, ma anche concorrenza perfetta, neutralità al rischio, mercati completi e rendimenti normali. Insomma, tutto il contrario della realtà, La pretesa degli economisti volgari di osannare le virtù dell’ideologia del libero mercato, per mistificare il dominio del profitto, ha costretto milioni di famiglie ad essere tenute in ostaggio dalla speculazione dei mercati finanziari e delle aspettative di profitto delle imprese multinazionali. Un elogio della follia.

Anche il tetto al prezzo dell’energia elettrica prodotta con il gas, ovvero il cosiddetto modello iberico, mostra gli stessi limiti intrinseci. In questo caso, le conclusioni del Consiglio europeo definiscono esplicitamente le precondizioni, stavolta legate alla necessità di: predisporre un’analisi di impatto costi-benefici; non modificare l’ordine di merito, ovvero non renderla più conveniente rispetto alle altre fonti; prevenire l’aumento del consumo di gas; tenere conto degli impatti in termini di finanziamento e distribuzione del suo impatto sui flussi oltre i confini dell’Unione. In questo caso, i produttori di energia elettrica dovrebbero essere compensati, a carico della fiscalità generale, della discrepanza tra il prezzo effettivo di mercato e il prezzo prestabilito. Insomma dalla extratassa sugli extraprofitti si passerebbe agli extrasussidi sugli extracosti. Inoltre, tale meccanismo avrebbe un impatto differenziato all’interno dell’Unione, risultando molto più conveniente per gli stati membri dove la produzione di energia elettrica è meno dipendente dal gas. Infine, tale modello si espone inevitabilmente al rischio di esportazione verso i paesi confinanti in assenza di tetto al prezzo. I vizi sociali e le virtù private dell’anarchia di circolazione dei movimenti delle merci e del capitale.

Infine, il terzo e il quarto punto manifestano ancor di più l’incapacità di convergere ad una pur minima forma di solidarietà all’interno dell’Unione europea, sempre più incattivita dalle logiche interimperialiste dei vari stati membri. La piattaforma energetica comune resta perlopiù su base volontaria, mentre qualsivoglia programma di emissione di debito comune europeo, come inizialmente proposto nel c.d. SURE 2.0, si è eclissato di fronte all’opposizione dei paesi frugali. Per questa ragione, l’imperialismo europeo va combattuto non solo per quello che produce all’esterno ma anche per la deriva distruttiva che genera al suo interno. L’Unione europea su basi capitalista è irriformabile; soltanto una federazione di stati ecosocialisti della classe lavoratrice europea può imporre una svolta. Per questo rivendichiamo, al contrario, una transizione ecosocialista, anticapitalista e antimperialista, in grado sia di combattere contro il carovita e il carobollette, sia di promuovere la fuoriuscita dell’energia dalle fonti fossili in favore delle fonti rinnovabili anche attraverso la riduzione complessiva del consumo energetico, mirata e selettiva, a partire dai beni e servizi non necessari e di lusso. Per questo occorre riprendere la lotta e sostenere pienamente la campagna popolare NOINONPAGHIAMO.

*Articolo apparso sul sito di Sinistra Anticapitalista il 26 ottobre 2022.